Idolatria Pagana?

(Di Stefano)

 

 Il Paganesimo nella vita di un popolo

Oggi più che mai di Paganesimo si discute, e molto, anche al di fuori dei contesti “classicamente” deputati alla riflessione su questo complesso termine. Normalmente di Paganesimo si parla in aree culturali ben definite quali i settori esoterici più variegati o le aree culturali e cultuali impegnate nella ricerca spirituale nel solco della Tradizione intesa in senso più o meno ortodosso.

Si parla quindi delle tradizioni precristiane e, in alcuni casi, postcristiane quali un certo tipo di Ermetismo Rinascimentale chiamato “Teurgia” o anche di settori del Templarismo e del Rosacrucianesimo restando in ambito europeo. Il termine “pagano” diventa però appannaggio pure dei vari fondamentalismi religiosi; in ambito cristiano possiamo citare la polemistica cristiana antica, fra tutti il primo fu S.Paolo di Tarso, ma forte è l’esempio di S. Ambrogio, Vescovo di Milano dal 374 D.C. con l’episodio dell’altare della Vittoria alata. Tale termine viene assimilato al già usato e più conosciuto “idolatra” in ambito giudaico e, successivamente, arabo-islamico; tralasciamo la analisi sulla etimologia del termine “pagano” come era inteso anticamente e come si connette alla vicenda della Resistenza popolare al Dio unico, vicenda che unirà il suo nome alla “stregoneria” e alle dure evoluzioni del potere costituito in Europa rispetto alla “antica religione” nei secoli successivi in ambito tardo medioevale e , soprattutto, controriformistico. Limitiamoci a ricordare che sotto Ambrogio si avrà la Lex Teodosiana che proibisce e condanna le forme rituali pagane anche in privato oltre che in pubblico fino allo smantellamento delle scuole neoplatoniche di Atene e Alessandria, focolai della “resistenza” alla Chiesa dai tempi di Celso (II sec DC) e Porfirio (234-305 DC). L’imperatore non sarà più “Pontifex” e il culto finirà nell’ombra non rappresentando più la PAX DEORUM sul SPQR, vale a dire il “patto” del popolo romano e delle sue istituzioni sacrali e regali con gli Dei laziali e italici sin dall’epoca di Romolo , anzi, sin dallo stabilirsi di Saturno nel Lazio come dice il mito della Età dell’Oro in ambito italico. E qui si intuisce che il termine Paganesimo si riferisce sì al complesso religioso, rituale, cultuale, e sacrale dello spazio europeo prima della venuta del Cristianesimo, ma anche che con tale termine non si può parlare solo di “credenze” e  “superstizioni” ma di un insieme organico di pratiche religiose unite ad un “mondo” e ad alle sue concezioni specifiche in merito al vivere e all’agire dell’uomo nel mondo stesso.

Si parla di Europa poiché siamo europei e quindi perché è opportuno conoscere bene ciò che riguarda il nostro terreno più vicino e non per motivi di eurocentrismo assolutamente fuori posto. Di certo Il fenomeno della eradicazione di certi culti “pagani” è avvenuto anche in aree lontane dalla nostra e parliamo delle tristi vicende dei nativi americani a qualsiasi latitudine o anche della colonizzazione del Continente Nero. Possiamo ricordare anche che  le tradizioni orientali dallo Induismo allo Shintoismo sono definite “pagane” a confronto del Monoteismo ma esse non sono state distrutte dal monoteismo stesso in nessuna variante né ebraica né cristiana né islamica a parte tentativi ancora in corso di acculturazione o di violenta assimilazione. Di fatto però oggi si parla di religioni pagane nel caso delle antiche tradizioni europee precristiane dando loro un senso di archeologico passato o di folkloristico presente nel migliore dei casi. Il Buddhismo tibetano, ad esempio, pur avendo un Pantheon di varie divinità non vede però sminuita la sua dignità nel discutere con il mondo cristiano occidentale e quindi non viene definito, se non nell’intimo pensare di qualche missionario, “pagano”. Come neppure l’Imperatore del Giappone viene definito “pagano” pur essendo, ancora oggi, capo di una religione nazionale, finanziata dallo Stato, dove sono presenti pluralità di Dei fino ai “Kami”, divinità preposte al raccolto, includendo gli antenati familiari oggetto di culto religioso. L’Imperatore del Giappone simboleggia la divinità solare in terra e quindi la garanzia della “PAX DEORUM” dei Giapponesi con le loro manifestazioni divine prima tra tutte quella solare, simbolo di prosperità e di giustizia per tutto il popolo nipponico. Questo problema di apparente scarsa importanza per le menti occidentali abituate al freddo razionalismo dissacrante in realtà ebbe eco nelle menti più lucide di certi “poteri” proprio all’atto della resa del Giappone agli USA quando tra le richieste armistiziali vi fu inclusa l’abiura pubblica dell’Imperatore nipponico dei titoli onorifici divini, consustanziali della identità imperiale e popolare del Giappone. Al contempo veniva fatto divieto allo Stato di curare la manutenzione dei templi shintoisti; era così divelto non il senso della dignità di un popolo ma qualcosa di più, vale a dire il legame spirituale e sostanziale con l’Ordine divino e quindi la sua stessa esistenza come comunità e, di conseguenza, ogni residua resistenza. Oggi però resiste il culto sostenuto dallo Stato dell’Imperatore e il culto shintoista se pur con difficoltà inerenti a settori della “cultura” che criticano le “spese” in favore della religione nazionale giapponese.

Ciò che è successo in Giappone è parimenti successo con i nativi americani all’epoca di Toro Seduto e di Nuvola Rossa quando fu vietato ai loro sciamani di praticare la Danza del Sole in quanto creduta una occasione per rinsaldare legami spirituali con le differenti tribù della Nazione Sioux e quindi, nella gretta mentalità dell’Occidente nichilista, di studiare sedizioni armate ai danni del Governo federale e dei coloni. Vietando loro questa pratica rituale veniva meno il legame con un mondo spirituale e religioso, ciò che faceva essere di un Sioux un Sioux e non un semplice “cittadino” degli USA.

Ciò porta a capire , per analogia, cosa significò per le menti angosciate dei senatori romani la notizia che s. Ambrogio aveva deciso di far abbattere il Monumento alla Vittoria alata, simbolo della unificazione delle genti e dei culti nell’ideale di Roma “lux gentium” e garante della armonia dei differenti popoli e anche dei loro Dei. Il monumento rappresentava la PAX concessa dagli Dei al popolo romano che doveva garantire giustizia a differenti popoli che però avevano un legame di identificazione sacrale con la stessa Roma e le sue istituzioni avendone oramai la cittadinanza e l’accesso alle alte cariche fino al Senato. Non pace degli Dei di Roma sugli Dei di altri popoli ma armonia di un Impero Universale dove gli Dei di tutti i popoli sono presenti avendo trovato in Roma la loro casa. Come dai tempi di Cartagine fu fatto con Astarte: “evocata” con dei riti, quindi ex-vocata cioè chiamata da un luogo per essere portata in un altro luogo cioè sull’Urbe per esservi onorata per sempre;  vi sono più esempi di questa “pratica” sia anteriori che posteriori in epoca imperiale. Con la distruzione del Tempio alla Vittoria viene distrutto il senso del popolo romano e delle sue istituzioni e si rompe il legame divino tra le istituzioni e il popolo e di entrambe con gli Dei. Inizia inesorabile anche la spaccatura tra sacro e profano, mai più ricomposta con nostalgia della stessa Chiesa in tempi successivi, e inizia anche la laicizzazione della vita pubblica e privata e la spaccatura tra comunità e individuo sempre più schizofrenico. Inizia lì il “paganesimo” inteso come religione degli “Eathens” cioè dei “pagi” o dei “silvani” tramandato con i riti misterici e magici e con le dottrine ermetiche e esoteriche, quando non con delle reminiscenze causate dal fatto che alcune popolazioni vivevano una simbiosi con le forze naturali e quindi continuavano anche se cristianizzati, a credere in ciò che ,per loro era semplice evidenza del vivere. Era in agguato il materialismo e la desacralizzazione della vita nelle sue forme sia umane sia naturali, il cosmo diveniva oggetto e non soggetto del rito. Ma ciò sarebbe stato visibile molto dopo con le diatribe tra Papato e Impero e con gli appelli di Dante ad una reintegrazione dell’ideale imperiale con la sacralità e la divinità quindi della funzione sacerdotale con quella istituzionale.

Il Paganesimo nelle sue differenti accezioni

 Abbiamo visto quali implicazioni abbia il termine pagano nella storia e nella vita di popoli pur differenti; ciò ci induce a pensare ancora di più a quanto sia riduttivo il termine “pagano”, non nel suo essere nominale, che tale è e come tale è giusto definirlo data la secolare consuetudine, quanto nei significati spesso ingenui e confusi affibbiati ad opera di molti neo-pagani.

Di certo molto ha pesato la suddetta polemistica cristiana quando assimilava la antica religione alla dispregiativa nomina di “idolatria”, tale definizione è invero ingiustificata e esasperata tanto più che ancora oggi molti testi di teorici del cattolicesimo continuano a definire con il termine “Paganesimo” tutto ciò che di licenzioso e guasto sussiste nella società dei consumi. Un documento di Comunione e Liberazione chiama il “nuovo paganesimo” l’era moderna del consumismo e del materialismo di massa con un tipo umano proteso al guadagno e al piacere materiale senza alcuna trascendenza. Il pagano diventa l’individualista che pone a idoli il denaro, la carriera, i beni di lusso e tutto il possibile prodotto della società del benessere, la “falsa religione” diviene il distrarsi con pseudo-culti immanenti e sincretici che pongono la terra e la materia come regno divino senza dimensione spirituale personale né cosmica. Questa associazione alla parola “Paganesimo” è impropria e assolutamente arbitraria tanto che ben sappiamo quanto la Cristianità debba in termini di simboli, date, riti e matrici filosofiche alla antica religione sia nelle varianti europee sia nelle varianti orientali. D'altro canto il Vaticano è stato edificato nell'Urbe che pur era la “meretrice dai sette seni” e no di certo a Gerusalemme o in Africa per cui fuori luogo appare tale definizione infamante della religione pagana da parte dei settori cristiani su indicati. Il Paganesimo fu altro e molto di più.

Innanzitutto cominciamo col dire che la visione pagana del mondo esclude l’omocentrismo e l’etnoesclusivismo messianico: l’uomo non è il centro dell’Universo e non viene posto dalla divinità a dominio del mondo e delle sue entità. L’uomo è a misura del Cosmo ed ha in sé il Cosmo in via simbolica nella sua forma e nelle sue qualità, l’uomo partecipa nel Cosmo e ne comprende leggi e significati ma non ne è padrone quanto arbitro. L’uomo antico vede gli Dei attorno a sé e nelle sue attività quotidiane tanto che ogni momento significativo viene onorato e “certificato” dai riti poiché nulla è a caso ma tutto fa parte della economia di pesi e contrappesi universali di cui anche lui fa parte con le sue attività e vicissitudini dalla nascita alla morte. L’uomo antico aveva il mito come racconto sacro spiegante la natura degli Dei e la loro volontà in merito all’Etica da seguire, il racconto di Odisseo è una continua allusione a ciò che l’uomo deve fare in relazione ai suoi doveri nei confronti della sua natura di VIR, doveri cui non si sfugge neanche dinanzi alle lusinghe delle sirene come alla piacevolezza di Circe. Parimenti Enea deve ottemperare al suo compito e completare il suo viaggio nel Lazio nonostante la volontà di Giunone che lo vorrebbe fermare a Cartagine da Didone perché non si avveri il destino dei colli fatali di Roma. L’uomo ha un fato da compiere, ha dei doveri da seguire e ha un cammino da terminare, non viene giudicato fuori da sé  ma si “giudica” da solo con ciò che opera e sulla “pietas” religiosa che egli include nelle sue azioni e nelle sue difficoltà. In ogni caso c’è un Ordine superiore di cui si diviene interpreti ed è un ordine cui neanche gli Dei possono modificare il filo pena la contraddizione con sé stessi, ecco come gli Dei partecipano della vita dell’uomo in funzione organicamente funzionale vale a dire ognuno nelle sue funzioni e nella sua significanza essendo tutti necessari per un corretto svolgersi della esistenza mondana. Essi comunque non possono stravolgere a piacimento il Cosmo perché altrimenti sarebbe il Càos e quindi la disarmonia: primo “peccato” del mondo antico, il peccato contro natura. C’è però anche il libero arbitrio e il libero corso degli eventi perché l’uomo è responsabile delle sue azioni e delle sue scelte tanto è vero che Atena blocca Ares a mezzo di Diomede quando egli intervienene a favore dei Troiani, e parimenti quando il Dio della guerra perde un figlio mortale avuto da una mortale è la stessa Dea della Giustizia e della Sapienza che toglie di mano la lancia ad Arès ricordandogli che i mortali sono destinati ad una vita limitata e esposta ai rischi e che non possono le divinità modificare questo dato di fatto.

Il Mito quindi non è semplice favola ma insegnamento e coscienza del mondo metafisico delle idee che si fanno storia e entrano nell’umano per insegnare all’uomo la via per essere retti e virtuosi e per ricordare all’uomo la convivenza stretta che essi hanno con gli Dei. Tali Dei sono poi pressochè ovunque sia nello spazio sia nell’agire e impregnano ogni aspetto della vita umana dando una aurea di sacralità per tutte le attività fosse anche la più minima e veniale quali feste e banchetti o anche la più seria quale la raccolta dei tributi o la guerra. Persino ai ludi circensi i gladiatori officiavano il rito a Marte per auspicare la “giusta” riuscita della giornata, solo così si poteva iniziare lo spettacolo poiché nulla avveniva casualmente. Chiaramente c’erano i dies fasti o dies nefasti in cui determinate attività potevano o non potevano avere luogo, chi contravveniva era sacrilego perché si rifiutava di obbedire alle leggi divine e per questo veniva definito empio cioè non - pio .

A questo punto diviene evidente, viste le considerazioni di prima che il Paganesimo antico era qualcosa di più della idolatria e della superstizione ignorante e, anzi si può aggiungere che il lato superstizioso esisteva come connaturato alla vita umana e non dipendeva dalla religione essendo niente altro che derivazione spuria di essa. Tanto quanto la pretesa idolatria che non esisteva nel mondo antico in quanto determinati oggetti quali le statue o ciò che riguarda la natura non erano oggetto di venerazione in sé ma lo erano in funzione simbolica di una dimensione superiore e trascendente che, appunto, simbolicamente comprendeva la natura in cui si celavano i “signa” divini. Tutto ciò non era idolatria né feticismo ma solamente comprensione simbolica del mondo circostante facente parte della “parusia” divina vale a dire della manifestazione della divinità attraverso le “porte” rappresentate dagli enti naturali quali, alberi, fonti, fiumi e montagne. Affermare diversamente sarebbe come raffrontare l’esempio di Mosè quando vede il rovo in fiamme che parla: di certo Mosè intende che in quel rovo c’è  JHEOWA che si manifesta e spiega il suo volere ma nessuno può affermare che Mosè si inginocchiasse al rovo in adorazione del rovo in sé stesso. La stessa identica cosa avveniva nel mondo pagano antico. Si sapeva che nelle fonti e nel mare come nel cielo e negli astri si celassero significati profondi e  principi divini ma ciò non vuol dire che divinificassero le cose, solamente ne comprendevano simbolicamente le energie e soprattutto le provenienze divine di tali energie.

Oggi si può capire cosa voglia dire tale mentalità quando si va in nazioni orientali quali l’India o Il Giappone (quando conservano i legami tradizionali e non si annichiliscono nel mito Hollywoodiano) vedendo che ogni aspetto della vita è presieduto da un “Numen”, ma forte è stato l’esempio del Buddha in Afghanistan, distrutto dalla follia iconoclasta del fondamentalismo irreligioso: tale statua racchiudeva in sé il Numen divino per mezzo delle funzioni sacerdotali che ivi si celebravano alle origini. Ma quando un parlamentare italiano (l’On Sgarbi) vi si è recato dopo la rovinosa distruzione egli ha affermato che al cospetto della impronta di tale statua il “numen” era lì in tutta la sua impassibile potenza e sacralità tanto che quel luogo emanava un aura di divino percepibile distintamente; a suo dire era inutile ricostruire la statua poiché era come se essa fosse lì in piedi.

Il divino si rappresenta, si rinchiude, si regolamenta, ma non si può escludere poiché noi tutti siamo a contatto con esso anche al di fuori di tutte le schematizzazioni con cui la mente umana lo comprende. Non ci può essere luogo non divino in quanto le rappresentazioni di esso possono essere ovunque dato che in molte religioni sciamaniche ogni luogo può essere deputato a riti sacri perché le forze divine sono attorno a noi e in noi nella nostra profonda sostanza. E’ quindi evidente che gli antichi avessero chiara la concezione di divino trascendente come anche un dualismo tra la materia e la dimensione metafisica,  pur non essendoci una netta spaccatura tra l’una e l’altra come invece è avvenuto nei secoli “moderni”. Tutti questi fatti fanno intuire a noi della nostra epoca che il termine “Paganesimo” è qualcosa di molto profondo e che a prescindere dalla singola forma religiosa differenziata a seconda del popolo che lo ha interpretato (greco o romano, nordico, celtico, egizio, persiano etc), esiste una “religiosità” pagana e una “sensibilità” pagana ben lungi dall’essere catalogata come semplice archeologia poiché trascendono le contingenze storiche facendo parte del retroterra culturale e spirituale di un popolo e del suo percorso nella storia e anche della geografia delle terre che ne contrassegnano il destino.

 

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